• Quim Gómez

Lo sguardo della bestia - capitolo 1

Updated: Dec 12, 2020

Uno — Terzo mezzanino


Giovedì, Febbraio 14, 2008

Lo vide, dalla strada, attraverso la finestra del bar. Giocava a carte con altri tre anziani, circondato da altri spettatori. Lo riconobbe subito anche se i suoi capelli erano diventati bianchi e si era fatto crescere la barba. Era l'anima del bar, rideva e faceva ridere, ogni mano di carte era accompagnata dai commenti che gli altri acclamavano. Di tanto in tanto, tuttavia, si lasciava andare a violenti lamenti conditi (accompagnati da) di tosse. Era sempre lo stesso bastardo.

Tutto ciò risuonava nello stomaco di Balasch. Le battute, le lamentele, le urla gli erano ancora familiari venticinque anni dopo e, lentamente, si accorse di un altro Balasch, uno piccolo e antico, che si lamentava e si rimpiccioliva dentro di lui. Aveva superato da tempo la paura dei violenti e voleva farglielo capire, ma anche cosí, la vocina dentro di lui insisteva perché se ne andasse.

“Antoni! Vuoi che mi chiudano il bar” urlò il proprietario dopo aver visto il vecchio accendersi una sigaretta.

L'uomo, magro e malaticcio, si alzò con volto disgustato, fece un passo sulla sigaretta e si diresse verso il lavandino protestando a voce bassa.

“Guarda, caro” gli aveva detto suo zio pochi giorni prima, “devi parlare con lui. Devi metterti di fronte a lui e devi perdonarlo“.

“Assolutamente no! Guardi troppi video di terapeuti”.

“Tuo padre è come lui e, in larga misura, dovuto alla vita che ha avuto. Tu sei quello che sei, a causa de quello che hai vissuto. Hai un brutto carattere, come lui. Anche se non lo vuoi (ammettere), in qualche modo voi due siete identici”.

Ed eccolo lí, nel quartiere del Fondo di Santa Coloma, dove aveva giocato, studiato ed era cresciuto. Dove aveva sofferto a lungo fino a quando sua madre, lui e la piccola Clara erano fuggiti da quell'uomo che intendeva affrontare.

Si sedette al bar, chiese una birra e pagò. Nell'attesa che suo padre tornasse, accompagnato ad ogni sorso dalla vocina, che insistente come un mantra, ripeteva che voleva andarsene.

Il suo cellulare squillò e, quando vide chi stava chiamando, uscì in strada per rispondere. Il sergente Ros e una giovane donna morta nell'Eixample lo reclamavano.

Dalla strada, lo vide tornare al tavolo e mandare a quel paese il proprietario del bar che lo rimproverava per fumare nel bagno. Decise di lasciarlo per il momento. Energicamente spostò il suo corpo alto, sottile e atletico fino alla macchina di servizio che aveva preso in prestito alla stazione di polizia. Avviò il motore, accese la sirena, e il bambino spaventato che abitava dentro di lui lo ringraziò. Pasqual Balasch lasció il quartiere di Fondo a tutta velocità circondato da insicurezze che venivano da lontano.


Erano le sette e mezza del pomeriggio quando parcheggiò all’angolo destro dell'Eixample , al confine con il quartiere di Gràcia. Il freddo lo spinse ad aggiustarsi la sciarpa e il cappotto. Si accreditó davanti a un poliziotto in divisa che lo fece passare attraverso il nobile portone di legno e vetri multicolori. Una volta dentro, osservó l'ascensore in ferro attorcigliato e legno scintillante, le grandi scale di marmo e le pareti dipinte di rosa, azzurro cielo e verde acqua.

“Pasqual!” gridò Rafael Ramirez, agente della Omicidi di dieci anni più giovane di lui, mentre scendeva le scale con un taccuino in mano, vestito con un lungo cappotto, giacca e cravatta.

Quando scese, gli chiese di seguirlo lungo un percorso che trovò insolito. Dietro l'ascensore c'era uno stretto corridoio buio che portava al cortile interno dell’isolato; poi si doveva salire, all'aperto, per una vecchia scala metallica che supponeva che un giorno fosse stata la scala di servizio.

“Il sergente?” chiese mentre saliva i gradini a due a due.

“Su”.

Raggiunse il mezzanino e si fermò per qualche secondo per osservare il cortile. Quello che un tempo era il grande balcone di un immenso appartamento era diventato, vittima dello sgretolamento speculativo, una via per accedere a minuscoli appartamenti. Nel cortile, recuperato come giardino pubblico, spiccava un albero di cocco che raggiungeva i primi piani. Sembrava voler scoprire l'intimità dei vicini che, a loro volta, popolavano finestre e balconi ingannando spudoratamente il viavai dei poliziotti. Alla porta d'ingresso del mezzanino tre, una vecchia uscita sul balcone convertito, Rafa lo aspettava.

Diede un'occhiata all'interno dell'appartamento e vide gli agenti della Polizia Scientifica.

“Chi è la vittima?”.

“Verònica Prats, nata a Barcellona il 2 agosto '75” rispose Rafa guardando il taccuino. “Secondo l'ID, residente in via Llibertat, 53 bis”.

“Chi l'ha trovata?“.

“Salvador Tort, dall'ottavo mezzanino. Dice di aver visto la porta aperta, di aver sbirciato per salutare Verònica e di aver visto qualcuno in fondo, nella stanza. L'uomo, di circa 40, era fermo davanti al letto e sembrava mormorare qualcosa. Improvvisamente, si rese conto che lo stavano osservando e si precipitò fuori. Arrivato alla porta disse, secondo il testimone, con un forte accento sudamericano: «è colpa mia» ed è scappato. Erano circa le sei e mezza del pomeriggio”.

“Lo riconoscerà?”.

“Dice di sì. L'ho mandato in commissariato per fare un riconoscimento facciale”.

“Nient’altro?”.

“Secondo il vicino, Verònica viveva qui neppure da due mesi . Un'altra vicina dice di aver visto, mentre usciva dall'ascensore, un tipo ben vestito con un lungo cappotto venire da questa parte, ma non ha visto la sua faccia. Erano circa le sei del pomeriggio”.

Montse Martí, il capo della Scientifica, si avvicinò.

“Come va?” chiese Balasch.

“Vieni, non c'è troppo casino. Ester è già dentro”.

Salutò con la mano il sergente Ester Ros, quarantenne, giacca, chioma alle spalle e sorriso amichevole.

“Continuo ad interrogare i vicini" disse Rafa.

Balasch si mise guanti e copriscarpe ed entrò con cura.

L'appartamento era una successione lineare di camere senza corridoio. Iniziava con un ingresso diventato cucina, con spazio sufficiente per quattro fornelli a gas butano, un frigorifero e quattro piccoli armadietti di legno con cardini che cominciavano a soffrire di Alzheimer metallico. Il cibo fresco, poco, cercava di sfuggire alla data di scadenza all'interno di un frigorifero alto mezzo metro. A terra, piccoli frammenti di vetro sembravano indicare il metodo di ingresso dell'assalitore. Dentro il bidone della spazzatura c'erano frammenti di un vaso di ceramica bianca e blu, alcuni macchiati di rosso.

"È sangue", aggiunse Montse.

Non ci volevano più di due passi per invadere la sala da pranzo, dove un tavolo rotondo fagocitava uno spazio avvolto in carta da parati floreale. Sul tavolo, abbandonato, c’era un sacchetto di plastica con la spesa e una borsa. La televisione, piccola, verde e con antenna a corno, occupava una posizione presa in prestito da un angolo del vecchio e solenne buffet. Solo una foto, di una ragazza adolescente che sorridente abbracciata ad una donna, spiccava con un po 'di colore nello spazio decorato in bianco e nero. Dall’altro lato della sala da pranzo, in un angolo, la porta del bagno si nascondeva, lasciando presagire la piccolezza del gabinetto.

"Pasqual," salutó il sergente e poi si rivolse al capo della Scientifica “Montse, aggiornaci”.

"I frammenti di vetro della porta ti farebbero pensare a una rapina se non fosse che non sono stati presi né soldi né il cellulare”.

"Chiamate recenti?” chiese Balasch.

Montse mostrò, in risposta, un sacchetto delle prove contenente un telefono visibilmente rotto.

"Impronte?”

"Ci stiamo ancora lavorando, ma è sorprendente che non ce ne siano sulla maniglia della porta d'ingresso, sul divano o sul telefono".

Allungò il braccio al buffet e, chiedendo il permesso con lo sguardo, prese un taccuino a spirale. Sulla copertina c'era scritto "Storia dell'Arte" e conteneva quelle che parevano essere note di classe, tutte scritte in stampa chiara di colori diversi. Tra le spirali c'erano pezzi di carta. Diede un'occhiata alle pagine bianche e si fermò su una in cui vide tracce di scrittura.

"Che succede?” chiese Montse.

"Non sono sicuro. Diresti che qualcuno qui ha scritto ‘Signor Giudice’?

Montse annuì con un sorriso sulle labbra e prese nota.

La camera da letto era l'unica stanza di dimensioni accoglienti: ospitava, senza rabbrividire, un letto matrimoniale con testiera di legno, un armadio moderno e due comodini abbinati. Gli pareva che quello spazio senza finestre desse un triste significato all'intero appartamento: un covo per nascondersi dai pericoli del mondo esterno, un luogo di passaggio dove guarire le ferite e tornare in vita con forze rinnovate. Ma quella stazione di transito era diventata il capolinea per la giovane donna morta che era sul letto.

Il corpo posizionato in modo così equilibrato da sembrare innaturale. Era sul lato del letto più vicino alla porta e suggeriva l'immagine di una moderna Biancaneve in attesa del bacio del Principe Azzurro. Il suo volto, tuttavia, mancava di speranza: la sua guancia destra mostrava evidenti segni di violenza. Quel volto aveva smesso di sorridere molto tempo fa e non avrebbe mai più potuto farlo.

Poi vide un vecchio armadio e il suo piccolo sé si accartocciò nello stomaco. Quercia, due porte con rilievi, un cassetto in basso, ferramenta e pomolo in metallo. Praticamente identico a quello che aveva visto nella stanza dei suoi genitori. Dove suo padre lo rinchiudeva ogni volta che lo puniva. Quel buco spaventoso dove aveva condiviso lunghi momenti di oscurità e odore di naftalina con cappotti e scatole di scarpe. Lì, da dove aveva sentito sua madre ribellarsi a suo marito senza mai riuscirci.

Aprì l'armadio e, per un secondo, gli parve di vedere un ragazzo in pantaloncini, seduto al buio, con le lacrime che gli rigavano il viso. Si voltò verso la vittima e si accovacciò a guardarla dall'altezza di un bambino. Nel profondo della retina, per un solo istante, vide sua madre incosciente stesa sul letto. Ed escluse definitivamente la teoria di un ladro omicida.

Il corteo giudiziario riempí la camera. Balasch mise il broncio quando vide il giudice Peláez, un tipo con molto buon senso, ma un vero osso duro quando si trattava di approvare mandati di perquisizione o di ascolto. Era seguito da Ximo Boronat, il medico legale, con il quale aveva da lungo tempo una relazione molto simile all'amicizia.

Il sergente li aggiornò mentre il cancelliere prendeva febbrilmente appunti. Quando il giudice lo ebbe autorizzato, tutti si ritirarono in un angolo per lasciare che il medico legale lavorasse. Balasch ringraziò mentalmente Ximo per l'estrema delicatezza con cui muoveva la parte posteriore della testa di Verònica.Tuttavia, il resto di ciò che vide lo lasciò piacevolmente preoccupato. Da un lato, la posizione piegata di Ximo gli faceva scivolare gli occhiali lungo il naso, costringendolo ad alzare il mento in modo che non cadessero completamente; dall'altro, il dubbio gusto di abbinare i vestiti del medico: pantaloni in velluto a coste marrone, piccolo gilet in maglia di diamante e camicia a maniche corte.

"Il crimine è stato commesso questo pomeriggio, massimo tre ore fa", stabilí. “Ha un duro colpo al volto, un trauma nella parte posteriore del cranio e, direi, due vertebre del collo rotte”.

Balasch vide un uomo colpire il volto di Verònica, la vide perdere l'equilibrio e sembrava persino sentire la frattura cervicale. Un piccolo brivido gli corse lungo la schiena quando vide il viso di sua madre invece di quello di Verònica.

"L'hanno picchiata, lei è caduta e si è rotta il collo", affermò Balasch mentre indicava una macchia di sangue sul comodino.

"E come è finita sul letto? L'hanno mossa?” disse più che chiedere il sergente.

"Oltre a quello", disse Ximo, che stava guardando l'interno dell'orecchio sinistro, "c'è del sangue qui che non credo possa venire dalla ferita sul collo."

Lo sguardo di Balasch chiese senza dover dire nulla.

“Potró dirvi di più…”

"Quando avrai fatto l'autopsia," concluse Balasch, cercando di fare una battuta e scrollarsi di dosso il disagio.

"Domani alle 11," riferì Ximo.

Esaminarono con il giudice l'elenco delle azioni da compiere: interrogare i vicini, controllare l'alibi di Tort, visitare l'indirizzo apparso sul DNI, elaborare il ritratto del robot e analizzare il cellulare, il taccuino, il vaso rotto e il sangue dell’ orecchio. Prima di partire, Balasch dedicó un ultimo sguardo alla vittima. Avrebbe dovuto far visita a sua madre il prima possibile.



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